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articoli anno 2018
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Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 29 aprile – 29 maggio 2015, n. 11223

 

Veniva proposto un reclamo al Garante della Protezione dei dati personali nel quale la reclamante lamentava la detenzione, da parte del datore di lavoro (Ente Pubblico), di copia integrale del verbale relativo all’accertamento sanitario effettuato dalla Commissione medica di verifica della sua città, in relazione alla sua richiesta di ottenimento della pensione di inabilità.
Invero, il succitato verbale conteneva, oltre alla valutazione medico legale circa l’inidoneità all’impiego, altri suoi dati personali relativi alla diagnosi, agli esami obiettivi e agli accertamenti clinici e strumentali effettuati, nonché informazioni anamnestiche, tra cui quella relativa all’infezione da Hiv.

Il Garante nel proprio provvedimento evidenziava che il datore di lavoro, in ottemperanza al quadro normativo vigente, stante l’inutilizzabilità dei dati sensibili dell’interessata contenuti nella documentazione trasmessagli dall’organo di accertamento sanitario, avrebbe dovuto astenersi da ogni ulteriore operazione di trattamento dei dati in questione, ad eccezione dell’informazione relativa alla valutazione medico legale effettuata, adottando ogni misura idonea a limitarne rigorosamente la conoscibilità, senza pregiudicare la prosecuzione del procedimento nel quale era legittimamente coinvolto, essendo destinatario dell’istanza dell’interessata volta ad ottenere la pensione di inabilità.
Il datore di lavoro, invece, aveva inviato il verbale, nella sua versione integrale, ad altra istituzione competente ad adottare il provvedimento conseguente all’accertata inabilità al lavoro della reclamante. Il Garante riteneva, quindi, che tale ultima comunicazione configurasse un trattamento illecito di dati, dal momento che il datore di lavoro avrebbe potuto conseguire ugualmente la prosecuzione del procedimento trasmettendo una copia parziale della documentazione pervenutagli da cui fosse omessa la visibilità di dati sanitari riferiti all’interessata ultronei rispetto a quello dell’accertata inabilità al lavoro e riguardanti la diagnosi accertata, gli esami obiettivi e gli accertamenti clinici e strumentali effettuati, nonché l’anamnesi da cui emergeva anche l’informazione relativa all’Hiv, in maniera tale da rendere nota all’istituzione competente ad emettere il provvedimento finale soltanto l’informazione relativa al giudizio medico legale di inidoneità all’impiego.
Adito con ricorso proposto ai sensi dell’art. 152 d.lgs. n. 196/2003 dalla reclamante, il Tribunale annullava il provvedimento del Garante nella parte in cui aveva ritenuto illecito il trattamento dei dati sensibili da parte del datore di lavoro, invero, secondo il giudice del merito, la mera trasmissione del documento in maniera riservata non aveva integrato il comportamento di trattamento dei dati sensibili.
Contro la sentenza la reclamante proponeva ricorso per cassazione denunciando la violazione e falsa applicazione dell’art. 4 d.lgs. n. 169/2003, in quanto il Tribunale non aveva ritenuto sussistente l’ipotesi di trattamento di dati sensibili nella trasmissione integrale del documento contenente riferimenti alla patologia da HIV di essa ricorrente; denunciando la violazione e falsa applicazione del D.P.R. 29 ottobre 2001, degli artt. 11, comma 1, lett. d, 18, 20, 22, commi 1, 3 e 5, 112, commi 1 e 2 lett. d e f del d.lgs. n. 169/2003 nonché della legge n. 135/1990, in quanto il Tribunale aveva escluso l’illiceità della comunicazione della patologia da HIV da parte del datore di lavoro, solo per avere apposto la dicitura riservato sulla busta contenente il documento trasmesso ad altra istituzione; denunciando, infine, la omessa motivazione in ordine al fatto controverso consistente nell’avvenuta diffusione, in ambito lavorativo, dei dati sensibili della ricorrente
La Cassazione, nella sentenza qui commentata, ha ritenuto i primi due motivi del ricorso fondati mentre ha valutato inammissibile la terza censura, tendente ad introdurre nel giudizio fatti verificatisi successivamente al provvedimento del Garante.
Orbene, evidenzia la Suprema Corte, l’art. 11, comma 1, lett a) del d.lgs. N. 139/2003 dispone che “i dati personali oggetto di trattamento sono.. trattati in modo lecito e secondo correttezza” e, al comma 2, che “i dati personali trattati in violazione della disciplina rilevante in materia di trattamento dei dati personali non possono essere utilizzati”.
A sua volta, l’art. 4, comma 4, del DPR n. 461/2001 (Regolamento recante semplificazione dei procedimenti per il riconoscimento della dipendenza delle infermità da causa di servizio, per la concessione della pensione privilegiata ordinaria e dell’equo indennizzo, nonché per il funzionamento e la composizione del comitato per le pensioni privilegiate ordinarie), dispone che “resta fermo quanto previsto dalla legge 5 giugno 1990, n. 135, in ordine alle misure anche organizzative da adottare per la tutela della riservatezza in casi di infezione da HIV o di AIDS”.
Infine, l’articolo 5 della legge 5 giugno 1990, n. 135 (Piano degli interventi urgenti in materia di prevenzione e lotta all’AIDS), con la rubrica “Accertamento dell’infezione”, dispone, ai commi 4 e 5, che “La comunicazione di risultati di accertamenti diagnostici diretti o indiretti per infezione da HIV può essere data esclusivamente alla persona cui tali esami sono riferiti” e che “l’accertata infezione da HIV non può costituire motivo di discriminazione, in particolare per l’iscrizione alla scuola, per lo svolgimento di attività sportive, per l’accesso o il mantenimento di posti di lavoro”.

Orbene, la violazione di tale ultima disposizione da parte dell’ente ospedaliero, come correttamente evidenziato dal Garante, aveva reso inutilizzabili quei dati poi trattati dal resistente.

D’altronde, ai sensi dell’art. 4, lett. 1), codice privacy, si intende per “comunicazione”, “il dare conoscenza dei dati personali a uno o più soggetti determinati diversi dall’interessato, dal rappresentante del titolare nel territorio dello Stato, dal responsabile e dagli incaricati, in qualunque forma, anche mediante la loro messa a disposizione o consultazione”.
Invero, sottolinea la Suprema Corte, come ha rilevato la dottrina, la natura della comunicazione è, quella di una trasmissione a persone determinate dal cui novero, per ovvie ragioni, sono stati esclusi i soggetti innanzi indicati.
Sì che, riservata o meno, la mera trasmissione ritenuta non illecita dal Tribunale costituiva una comunicazione dei dati.
Pertanto, secondo la Suprema Corte vi è stata “comunicazione” di dati sensibili (in precedenza) illecitamente trattati dall’ente ospedaliero (perché non comunicati direttamente all’interessata). Pertanto, la resistente ha operato un “trattamento” (con la trasmissione) dei dati illecitamente trattati da altri (art. 4 cit.: “Ai fini del presente codice si intende per: a) “trattamento”, qualunque operazione o complesso di operazioni, effettuati anche senza l’ausilio di strumenti elettronici, concernenti… la comunicazione.. di dati”).

Ai sensi dell’art. 22 d.lgs. n. 196/2003, ricorda la Cassazione, poi, i soggetti pubblici conformano il trattamento dei dati sensibili secondo modalità volte a prevenire violazioni dei diritti, delle libertà fondamentali e della dignità dell’interessato.
In particolare, “possono trattare solo i dati sensibili… indispensabili per volgere attività istituzionali che non possono essere adempiute, caso per caso, mediante il trattamento di dati anonimi o di dati personali di natura diversa”.

Talché, secondo la Cassazione, correttamente il Garante ha ritenuto che la comunicazione all’istituzione da parte del datore di lavoro delle informazioni sulla salute della ricorrente, contenute nella versione integrale del verbale di visita collegiale, configurasse un trattamento illecito di dati, dal momento che si avrebbe potuto conseguire ugualmente la prosecuzione del procedimento trasmettendo una copia parziale della documentazione da cui fosse omessa la visibilità di dati sanitari riferiti all’interessata ultronei rispetto a quello dell’accertata inabilità al lavoro e riguardanti la diagnosi accertata, gli esami obiettivi e gli accertamenti clinici e strumentali effettuati, nonché l’anamnesi da cui emerge anche l’informazione relativa all’Hiv, in maniera tale da rendere nota all’istituzione competente ad emettere il provvedimento finale soltanto l’informazione relativa al giudizio medico-legale di inidoneità all’impiego.
Pertanto, in accoglimento dei primi due motivi del ricorso, la sentenza di primo grado è stata cassata, la Corte ha accolto il ricorso e rigettato l’opposizione del datore di lavoro contro il provvedimento del Garante condannando il resistente alle spese.

Avvocato Sabrina Cestari

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Una risposta a La comunicazione di dati sensibili (diagnosi HIV), in precedenza illecitamente trattati da altri, costituisce trattamento illecito qualora la P.A. possa conseguire ugualmente la prosecuzione del procedimento omettendo la visibilità degli stessi

  • Sabrina Cestari scrive:

    @ antonio

    non è possibile sulla base della sola percentuale calcolare il risarcimento, è infatti necessario conoscere la sua età al momento del contagio, ovvero della scoperta della malattia, nonchè l’esistenza di eventuali altri danni da lei subiti, oltre a quello accertato dal consulente medico, sulla base di tutti i dati di cui dispone potrà agevolgemente farlo il Suo Legale. Per quanto riguarda gli interessi deve attendere la sentenza per sapere la decorrenza stabilita nel caso concreto dal Giudice. Cordialità. Avv. Cestari

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