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Sabrina Cestari
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articoli anno 2018
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Cassazione civile sez. lav. n. 28435/2013

Un danneggiato da sangue infetto aveva ottenuto, in primo e secondo grado, la condanna del Ministero della Salute al pagamento dell’indennizzo ex lege 210/92 in conseguenza di epatite contratta a seguito di trasfusioni e somministrazione di emoderivati effettuati nell’ambito di struttura sanitaria estera nel corso di ricoveri per interventi cardiochirurgici. Il Ministero della Salute aveva proposto ricorso in Cassazione in quanto le trasfusioni erano state eseguite all’estero.

La Suprema Corte, nella sentenza qui commentata, richiama in primis la sentenza della Corte Costituzionale n. 118/96, nella quale sono evidenziate tre distinte conseguenze della menomazione della salute derivante da trattamenti sanitari: a) il diritto al risarcimento pieno del danno, riconosciuto dall’art. 2043 c.c., in caso di comportamenti colpevoli; b) il diritto a un equo indennizzo, discendente dall’art. 32 Cost. in collegamento con l’art. 2, ove il danno, non derivante da fatto illecito, sia stato subito in conseguenza dell’adempimento di un obbligo legale; c) il diritto, a norma degli artt. 38 e 2 Cost., a misure di sostegno assistenziale disposte dal legislatore, nell’ambito dell’esercizio costituzionalmente legittimo dei suoi poteri discrezionali, in tutti gli altri casi (cfr., in motivazione. C. Cost. 118/96 cit., nonchè C. Cost. 22.6.2000 n. 226).

Secondo La Cassazione, nel caso oggetto della presente controversia, ricorre la terza delle ipotesi considerate, essendo invocato un intervento indennitario di tipo esclusivamente assistenziale per il quale si pone il problema della possibilità della sua estensione anche a casi di trattamenti sanitari eseguiti in strutture sanitarie di stato estero, allorché il ricovero risulti autorizzato dal Servizio Sanitario Nazionale.

Nel caso di epatite post-trasfusionale, il beneficio economico previsto dalla legge 210/92, evidenzia la Corte, prescinde dai presupposti della responsabilità civile ed ha, invece, natura assistenziale collegata alla situazione obiettiva di menomazione dello stato di salute in cui si trova il beneficiario e, pertanto, la limitazione del beneficio in funzione del luogo di intervento creerebbe una violazione nella sfera di protezione della salute del cittadino.

In tale direzione, sottolinea la Suprema Corte, si è posta la giurisprudenza di merito e quella amministrativa, che ha ritenuto illegittimo il provvedimento ministeriale di rigetto dell’istanza di indennizzo proposta da un ricorrente ai sensi della legge 210/92, dopo aver contratto un’epatite a seguito di due trasfusioni postoperatorie, pur se effettuate fuori dal territorio italiano, osservando che i benefici della citata legge possono applicarsi legittimamente nei confronti dei cittadini italiani che abbiano riportato danni a seguito di trasfusioni effettuate in Stati esteri, ove il ricorso alla struttura estera sia stato necessitato per sopperire a deficienze del Servizio Sanitario Nazionale e da questo riconosciute nel momento in cui, verificata la sussistenza dei presupposti di legge, ha autorizzato preventivamente, come nel caso esaminato, il ricorso alle prestazioni estere.

Invero, l’art. 1 della legge 210/92, nel prevedere il diritto ad un indennizzo da parte dello Stato in favore di soggetti che risultino contagiati da infezioni da HIV a seguito di somministrazione di sangue e suoi derivati, non richiede in alcun modo che il contagio debba avvenire per effetto di interventi effettuati all’interno di strutture sanitarie italiane, pubbliche o private.

La Cassazione, nella sentenza qui commentata, esclude quindi che la legge contenga limitazioni nel riconoscimento del beneficio in relazione al fatto che la trasfusione sia stata effettuata o meno in uno stato estero ed esclude, altresì, che le stesse limitazioni possano trarsi dalla disciplina dettata per le vaccinazioni.

Secondo la Corte in base ad una corretta applicazione dei criteri interpretativi della legge, la norma guarda letteralmente alla condizione obiettiva del cittadino e non detta alcuna limitazione con riferimento al luogo dove sia eseguita la prestazione ed oltre al dato letterale, anche l’interpretazione logica, sistematica e costituzionale inducono a conclusioni diverse da quelle prospettate del Ministero.

L’indennizzo in questione, ribadisce la Corte, ha natura assistenziale, configurandosi come misura economica di sostegno collegata ad una situazione di menomazione obiettiva della salute derivante da una prestazione ospedaliera, non si tratta, quindi, di un emolumento collegato ad una qualche ipotesi di responsabilità (oggettiva e soggettiva) di strutture sanitarie, mentre il dato della territorialità e la sua valorizzazione è, invece, funzionale all’accertamento di responsabilità in capo al soggetto che ha praticato la trasfusione ed all’ascrivibilità allo stesso di condotte tendenzialmente omissive connesse all’osservanza dei dovuti controlli per l’accertamento del livello di sicurezza del sangue.

Al verificarsi di un danno di tipo irreversibile a causa di trasfusioni praticate rileva, quindi, a parere della Suprema Corte, unicamente il nesso eziologico tra somministrazione di sangue ed emoderivato ed il pregiudizio alla salute, prescindendosi dall’imputazione di responsabilità a chi si trova nelle condizioni di controllare i rischi inerenti allo stesso trattamento, che assume rilievo su un piano diverso da quello del profilo strettamente indennitario che caratterizza il beneficio economico in questione (cfr. Cass. 28.2.2012, n. 3039).

La limitazione del beneficio agli eventi derivanti da cure effettuate nell’ambito di strutture italiane presupporrebbe, secondo la Cassazione, un approccio teso a valutare aspetti di natura risarcitoria, che, invece, non rilevano nel caso di specie, pure essendo consentito al beneficiario dell’indennizzo di far valere le proprie pretese risarcitorie nei confronti di eventuali responsabili civili.

Pertanto, rileva unicamente la situazione patologica del beneficiario, rispetto alla quale la circostanza che il contagio sia avvenuto per trasfusione effettuata nel corso di intervento chirurgico effettuato in struttura sanitaria estera non assume significato scriminante rispetto al riconoscimento del beneficio, quando l’intervento sanitario all’estero è considerato dalla legge come necessario per tutelare al meglio il diritto alla salute del cittadino italiano, ovvero nei casi in cui le stesse prestazioni effettuate all’estero sono ricondotte dalla legge all’interno del sistema di assistenza pubblica sanitaria garantita ai cittadini, essendo indifferente il luogo di effettuazione della prestazione.

In tali casi, evidenzia la Corte, in cui la legge italiana autorizza i cittadini a curarsi all’estero, le limitazioni alla concessione del beneficio in funzione del luogo dell’intervento configurerebbero un vulnus nella sfera di protezione della salute del cittadino, provocando la menomazione di un diritto costituzionalmente protetto anche nell’interesse della collettività e la diminuzione delle tutele che la legge appresta, limitandosi in tal modo la protezione legale della salute all’estero alla copertura dei costi della prestazione, senza ricomprendervi tutte le altre conseguenze derivanti dagli stessi interventi quando vengano praticati all’interno dello Stato.

L’interpretazione indicata dal Ministero, rileva la Suprema Corte, anche sotto altro profilo, configgerebbe con i principi costituzionali perchè, oltre a ledere l’effettività della protezione del bene salute tutelato dall’art. 32 Cost., determinerebbe l’introduzione di una irragionevole disparità di trattamento tra cittadini, non giustificata alla luce della natura assistenziale del beneficio.

Nè la considerazione che la misura di sostegno assistenziale sia, nell’ipotesi diversa da quella delle vaccinazioni obbligatorie, disposta dal legislatore nell’ambito dell’esercizio, costituzionalmente legittimo dei suoi poteri discrezionali, può indurre, secondo la Corte, a conclusioni diverse, non potendo, sotto altro versante, le ragioni interpretative connesse alla impraticabilità da parte della commissione medica del controllo delle norme tecniche in uso in ambito intracomunitario rilevare ai fini prospettati.

Invero, tutte le risoluzioni sulla sicurezza e l’autosufficienza del sangue, per finire alla direttiva 12202/98/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 27 gennaio 2003, stabiliscono norme di qualità e di sicurezza per la raccolta, il controllo, la lavorazione e conservazione e distribuzione del sangue umano e dei suoi componenti e la compilazione della scheda informativa dei dati relativi alla trasfusione o alla somministrazione da parte del medico che effettui le stesse (legge 210/92 art. 3 comma 6) è funzionale all’accertamento del nesso causale tra infermità o lesioni e la trasfusione o somministrazione di emoderivati, attraverso un parere espresso dalla Commissione medica, avverso il quale è previsto il ricorso in sede amministrativa, secondo un iter procedimentale che deve precedere il ricorso in sede giudiziaria. Questo, tuttavia, non è ostativo all’estensibilità del beneficio in relazione a conseguenze dannose verificatesi per effetto di trasfusioni e somministrazione di sangue ed emoderivati praticate in strutture sanitarie estere quando l’intervento sia legalmente autorizzato, non potendo ritenersi che l’omissione od impraticabilità degli accertamenti in sede amministrativa possa, secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata, essere di impedimento alla azionabilità della pretesa in sede giudiziaria.

Conclusivamente, secondo la Suprema Corte, l’intervento terapeutico all’estero necessitato dall’esigenza di sopperire a deficienze del Servizio Sanitario Nazionale e da questo preventivamente autorizzato nella verificata sussistenza dei presupposti di legge deve essere fondatamente ricondotto nell’ambito della protezione predisposta dalla legge per la tutela della salute del cittadino italiano, sicchè appare del tutto ingiustificata l’introduzione di limiti territoriali nell’erogazione dell’indennizzo per cui è causa.

Il ricorso del Ministero è stato conseguentemente respinto.

Avvocato Sabrina Cestari

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