Aumento delle pensioni di invalidità: la circolare dell’Inps chiarisce i requisiti e le modalità per fruire dell’incremento specificando i limiti di reddito

Con la circolare n. 107/2020 del 23 settembre 2020 l’Inps fornisce indicazioni e chiarimenti in merito all’attuazione dell’articolo 15 del decreto legge 14 agosto 2020, n. 104, nella parte in cui, nel recepire la sentenza della Corte Costituzionale n. 152 del 23 giugno 2020, estende ai soggetti invalidi civili totali o sordi o ciechi civili assoluti titolari di pensione o che siano titolari di pensione di inabilità di cui all’articolo 2 della legge 12 giugno 1984, n. 222, di età compresa tra i diciotto e i sessanta anni, i benefici di cui all’articolo 38, comma 4, della legge 28 dicembre 2001, n. 448, finora spettanti ai soggetti con più di sessanta anni di età.

La sentenza della Corte Costituzionale n. 152 del 23 giugno 2020, invero, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 38, comma 4, della legge 28 dicembre 2001, n. 448, nella parte in cui, con riferimento agli invalidi civili totali, dispone che l’incremento sia concesso “ai soggetti di età pari o superiore a sessanta anni” e non anche “ai soggetti di età superiore a diciotto anni”.

La citata norma infatti riconosceva un incremento del trattamento pensionistico fino a 516,46 euro al mese per tredici mensilità ai titolari di pensione di inabilità (invalidi civili totali, ciechi civili assoluti e sordi) o di pensione di inabilità di cui alla legge n. 222/1984, non prima del compimento del sessantesimo anno di età.

In applicazione della sentenza della Corte Costituzionale il decreto-legge 14 agosto 2020, n. 104, recante “Misure urgenti per il sostegno e il rilancio dell’economia” , ha previsto all’articolo 15, che: “Con effetto dal 20 luglio 2020 all’articolo 38, comma 4, della legge 28 dicembre 2001, n. 448, e successive modificazioni, le parole “di età pari o superiore a sessanta anni” siano sostituite dalle seguenti: “di età superiore a diciotto anni”.

A decorrere dal 20 luglio 2020, agli invalidi civili totali, ciechi assoluti e sordi titolari di pensione di inabilità è riconosciuta d’ufficio una maggiorazione economica tale da garantire un reddito complessivo pari, per il 2020, a 651,51 euro per tredici mensilità.

La circolare specifica che, per avere diritto al beneficio sono necessari i seguenti requisiti reddituali (importi 2020):

a) il beneficiario non coniugato deve possedere redditi propri non superiori a 8.469,63euro (pari all’importo massimo moltiplicato per tredici mensilità);

b) il beneficiario coniugato (non effettivamente e legalmente separato) deve possedere:

redditi propri di importo non superiore a 8.469,63 euro;
redditi cumulati con quello del coniuge di importo annuo non superiore a 14.447,42 euro.

Se entrambi i coniugi hanno diritto all’incremento, questo concorre al calcolo reddituale. Pertanto, nel caso in cui l’attribuzione del beneficio a uno dei due comporti il raggiungimento del limite di reddito cumulato, nulla è dovuto all’altro coniuge. Se invece il limite non viene raggiunto, l’importo dell’aumento da corrispondere a un coniuge deve tener conto del reddito cumulato comprensivo dell’aumento già riconosciuto all’altro.

Ai fini della valutazione del requisito reddituale concorrono i redditi di qualsiasi natura, ossia i redditi assoggettabili ad IRPEF, sia a tassazione corrente che a tassazione separata, i redditi tassati alla fonte, i redditi esenti da IRPEF, sia del titolare che del coniuge.

Non concorrono al calcolo reddituale i seguenti redditi: il reddito della casa di abitazione, le pensioni di guerra, l’indennità di accompagnamento, l’importo aggiuntivo di 300.000 lire (154,94 euro) previsto dal comma 7 dell’articolo 70 della legge 23 dicembre 2000, n. 388, i trattamenti di famiglia, l’indennizzo previsto dalla legge 25 febbraio 1992, n. 210, in favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazioni di emoderivati.

La circolare specifica poi che, in forza dell’articolo 38, comma 4, della legge n. 448/2001, come modificato dall’articolo 15 del decreto-legge n. 104/2020, ai titolari di pensione di inabilità di cui all’articolo 2 della legge n. 222/1984, di età superiore a diciotto anni, è riconosciuto un incremento per tredici mensilità della misura della maggiorazione sociale di cui all’articolo 1 della legge 29 dicembre 1988, n. 544, fino a garantire un reddito mensile proprio pari a 516,46 euro al mese, a condizione che non si superino i limiti di reddito, personale e cumulato con quello del coniuge, fissati dal comma 5 del medesimo articolo 38.

Tuttavia, nel caso di titolari di questo beneficio, considerato che l’articolo 38, comma 4, della legge n. 448/2001 prevede l’applicazione dell’incremento di cui all’articolo 38, comma 1, alla maggiorazione di cui alla legge n. 544/1988 che, ai sensi dell’articolo 1, comma 10, della medesima legge, può essere riconosciuta solo a domanda, gli interessati di età inferiore ai sessanta anni, ricorrendo i prescritti requisiti, devono presentare istanza per ottenere congiuntamente la maggiorazione ed il relativo incremento, secondo le consuete modalità.

Il beneficio viene attribuito dal primo giorno del mese successivo alla presentazione della domanda, sempreché ricorrano le condizioni reddituali e il compimento dell’età stabilita dalla disposizione.

La decorrenza non può comunque essere anteriore al 1° agosto 2020.

Per i titolari di pensione di inabilità che presentino la domanda di beneficio entro il 9 ottobre 2020, può essere riconosciuta la decorrenza dal 1° agosto 2020, ove espressamente richiesto.

In sintesi a decorrere dal 20 luglio 2020 agli invalidi civili totali, ciechi assoluti e sordi titolari di pensione di inabilità che posseggano i requisiti di età e reddito, come sopra specificati, viene riconosciuta d’ufficio una maggiorazione economica tale da garantire un reddito complessivo pari, per il 2020, a 651,51 euro per tredici mensilità.
Ai titolari di pensione di inabilità di cui all’articolo 2 della legge n. 222/1984, di età superiore a diciotto anni, sarà invece riconosciuto un incremento per tredici mensilità fino a garantire un reddito mensile pari a 516,46 euro, sempre se in possesso dei requisiti reddituali previsti dalla legge, tuttavia in questo caso per ottenere l’incremento gli inabili dovranno presentare istanza all’inps e l’aumento sarà attribuito dal primo giorno del mese successivo alla presentazione della stessa, inoltre se l’istanza sarà presentata entro il 9 ottobre 2020, potrà essere riconosciuta la decorrenza dal 1° agosto 2020, ove espressamente richiesto.

Avv.ti Sabrina Cestari e Alberto Cappellaro

 

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Risarcimento: la struttura sanitaria che si procuri il sangue da un Centro trasfusionale deve verificare che quest’ultimo abbia rispettato tutte le norme e i protocolli sanitari vigenti, con particolare riferimento all’obbligo di tracciabilità del sangue e all’avvenuta esecuzione dei test prescritti

Con ordinanza n. 9885/2020, depositata il 26 maggio 2020, la Corte di Cassazione ha evidenziato quali siano gli obblighi cui deve adempiere la struttura sanitaria, qualora le sacche di sangue utilizzate per la trasfusione le vengano fornite da un soggetto terzo qualificato, nel caso di specie un centro AVIS.

La questione era già stata sottoposta alla Suprema Corte la quale, con sentenza n. 7549/2012 aveva cassato la pronuncia con la quale i giudici di secondo grado avevano rigettato la domanda risarcitoria della danneggiata, enunciando il seguente principio di diritto: “Per quanto concerne, in particolare, l’ipotesi del contagio da emotrasfusione eseguita all’interno della struttura sanitaria, gli obblighi a carico della struttura ai fini della declaratoria della sua responsabilità, vanno posti in relazione sia agli obblighi normativi esistenti al tempo dell’intervento e relativi alle trasfusioni di sangue, quali quelli relativi alla identificabilità del donatore e del centro trasfusionale di provenienza (cd. tracciabilità del sangue) che agli obblighi più generali di cui all’art. 1176 c.c. nell’esecuzione delle prestazioni che il medico o la struttura possono aver violato nella singola fattispecie”.

In sede di rinvio, la Corte d’appello aveva confermato il rigetto della domanda risarcitoria, ritenendo che la Casa di cura avesse dimostrato “di aver osservato tutte le prescrizioni di legge, vigenti al tempo, relative al controllo della tracciabilità delle sacche di sangue che le erano state fornite dal Centro AVIS di Pompei, corredate da “schede tecniche” relative alla individuazione dei donatori ed alle prove di compatibilità pretrasfusionali”.

Una interpretazione che la Cassazione condivide solo in parte.

I giudici di secondo grado avevano innanzi tutto evidenziato che la struttura sanitaria non aveva l’obbligo di reiterare i controlli sulle sacche già effettuati dal centro trasfusionale.

Una tesi che, in linea di principio, la Suprema Corte reputa corretta.

La struttura sanitaria che si procuri le sacche di sangue da un Centro trasfusionale, quindi da un soggetto dotato di specifica competenza nella raccolta e conservazione delle predette sacche, deve innanzi tutto verificare che il Centro abbia effettuato tutti i controlli prescritti dalla normativa vigente.

La struttura deve inoltre verificare che il Centro si sia conformato ai protocolli sanitari vigenti, incluse le eventuali nuove acquisizioni della comunità scientifica mondiale. Invero, se tali acquisizioni “consentono di pervenire a livelli di conoscenza maggiori e di individuare metodologie e tecnologie che assicurano risultati in precedenza non conseguibili, o garantiscono gradi di certezza nella scoperta e prevenzione delle patologie finora ignote, non vi è alcun dubbio che” le stesse, “venendo ad integrare le “leges artis”, non possano essere disconosciute dall’esercente … la professione sanitaria, il quale -diversamente- verrebbe ad incorrere in un palese difetto di diligenza ex art. 1176 c.c., comma 2”.

Secondo la Corte la struttura non è invece tenuta “ad applicare metodologie e tecniche di indagine che siano in fase sperimentale o consistano in mere ipotesi di studio e che non siano ancora accreditate presso la comunità degli esperti”.

Infine, la struttura non è tenuta ad effettuare una seconda volta i controlli già correttamente effettuati dal Centro trasfusionale, potendo fare affidamento sulle informazioni trasmesse da un soggetto dotato, in materia, di una specifica e comprovata competenza.

Come osserva correttamente la Cassazione, considerata la complessità del settore trasfusionale e la necessità di evitare eccessivi aggravi economici sulle strutture, si deve concludere che, “salvo che non risulti scontata un certo grado di inaffidabilità o di incertezza dei metodi applicati nella ricerca e negli esami, essendo quindi buona prassi la rinnovazione della indagine chimica o strumentale a conferma dei risultati ottenuti dalla prima verifica -, la struttura sanitaria, pubblica o privata, competente ad eseguire l’intervento chirurgico cruento, deve necessariamente “affidarsi”, per la fornitura del sangue da impiegare nelle trasfusioni, alla distinta struttura sanitaria competente a raccogliere e conservare le sacche di sangue da distribuire agli enti richiedenti”.

Date queste premesse, secondo la Suprema Corte l’errore compiuto dal giudice del rinvio consiste nell’aver individuato come unico comportamento cui era tenuta la struttura sanitaria nel “dovere … di verificare la identificabilità del donatore e del centro trasfusionale di provenienza”, mentre invece avrebbe anche dovuto accertare l’avvenuta effettuazione dei test sul sangue prescritti all’epoca delle trasfusioni (nel caso di specie, la Corte di Appello aveva omesso di verificare l’avvenuta effettuazione, da parte del Centro trasfusionale, della ricerca dell’Antigene Australia).

Per tale motivo la pronuncia impugnata è stata cassata, con statuizione del seguente principio di diritto: “In relazione al danno da contagio di epatite C determinato da trasfusione di sangue infetto, richiesta per la esecuzione di intervento chirurgico, la mancata conoscenza, al tempo dei fatti (1987), del virus HCV, non essendo stati ancora predisposti i markers idonei ad accertare preventivamente il virus, non esonera la Casa di cura privata, che abbia utilizzato sacche di sangue, sebbene consegnate dalla struttura autorizzata prevista dalla L. 14 luglio 1967, n. 592, da responsabilità per inadempimento della prestazione di cura, qualora abbia omesso di verificare, attraverso la documentazione ricevuta, che il fornitore avesse ottemperato agli obblighi di legge, al tempo vigenti, consistenti: a) nella tracciabilità del sangue, mediante identificazione del donatore; b) nella effettuazione degli esami ematochimici -ricerca antigene Australia- diretti ad escludere nel sangue raccolto il virus HBV.

Ove, invece, risulti la prova che tale verifica documentale sia stata compiuta, deve ritenersi che la Casa di cura privata abbia assolto all’onere di diligenza qualificata esigibile ai sensi dell’art. 1176 c.c., comma 2, in quanto la relazione che, nell’ambito del più generale sistema complesso del servizio sanitario pubblico, si instaura tra i predetti soggetti – qualora non sia ravvisabile uno schema organizzativo riconducibile alla sovraordinazione gerarchica, al controllo o vigilanza, od alla “ausiliarietà” ex art. 1228 c.c., – è regolata dal principio di specializzazione e competenza, in base al quale l’accertamento della esecuzione da parte del fornitore (cui la Casa di cura è tenuta esclusivamente a rivolgersi) dei controlli prescritti dalle legge vigenti, esonera la Casa di cura dalla rinnovazione di tali esami sulle sacche ricevute, dovendo considerarsi conforme alla misura di diligenza richiesta, detta verifica documentale”.

Avv.ti Sabrina Cestari e Alberto Cappellaro

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Risarcimento: la conoscenza della riconducibilità dell’epatite alle trasfusioni deve fondarsi su dati di fatto obiettivi che si riferiscano al soggetto danneggiato, su informazioni alle quali abbia avuto accesso, sulle sue personali vicende e cognizioni; qualora i predetti elementi siano anteriori alla domanda di indennizzo la loro allegazione e dimostrazione grava sul Ministero della salute

Con sentenza n. 11298/2020, depositata il 12 giugno 2020, la Corte di Cassazione ha statuito ed in parte anche ribadito alcuni importanti principi in materia di prescrizione del diritto al risarcimento dei danni conseguenti a contagio da sangue infetto.

La Corte ha innanzi tutto ricordato come sia principio consolidato quello secondo il quale “il termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno da parte di chi assume di aver contratto per contagio da emotrasfusioni una malattia per fatto doloso o colposo di un terzo decorre dal giorno in cui tale malattia venga percepita – o possa essere percepita usando l’ordinaria diligenza e tenendo conto della diffusione delle conoscenze scientifiche – quale danno ingiusto conseguente al comportamento del terzo, cioè dal giorno in cui la vittima sia in grado di tracciare la riconducibilità causale della malattia alla sua causa scatenante, e quindi ai possibili responsabili”

La pronuncia qui commentata si sofferma su come debba individuarsi il predetto momento.

E’ parimenti pacifico che il giorno in cui il danneggiato domanda l’indennizzo ex lege 210/1992 costituisce “il momento ultimo di decorrenza iniziale del termine di prescrizione, in corrispondenza del quale è ragionevole attendersi che il soggetto contagiato, proprio perché si è attivato a richiedere l’indennizzo, disponga delle necessarie informazioni per ricondurre causalmente il contagio verificatosi all’evento scatenante”.

La Corte evidenzia anche che “la consapevolezza della riconducibilità causale può ben verificarsi in capo al danneggiato anche in un momento precedente alla presentazione della domanda per la concessione dell’indennizzo, qualora egli sia venuto in possesso in precedenza di sufficienti informazioni”, idonee a fargli percepire l’ingiustizia del danno subito.

Peraltro, secondo la Cassazione deve ritenersi che “una volta che la vittima abbia dimostrato la data di presentazione della domanda amministrativa di erogazione dell’indennizzo previsto dalla L. n. 210 del 1992, che costituisce la data ultima, in relazione alla quale deve ritenersi che essa abbia maturato la consapevolezza della origine del contagio, rientri nell’onere probatorio della controparte dimostrare che già prima di quella data il danneggiato conosceva o poteva conoscere, con l’ordinaria diligenza, l’esistenza della malattia e la sua riconducibilità causale alla trasfusione”.
E’ quindi illegittimo addossare “al danneggiato l’onere di acquisire dai sanitari, in presenza della diagnosi di epatite, ogni utile informazione sulla causa dell’infezione”.

La predetta prova “può esser data anche per mezzo di presunzioni semplici, ma pur sempre sulla base di dati di fatto obiettivi che si riferiscano al soggetto danneggiato, alle informazioni alle quali quello abbia avuto accesso ed alle sue personali vicende e cognizioni”.

In particolare, la prova non può essere desunta da mere ipotesi o congetture, come ad esempio quando si inferisca la conoscenza dell’origine della malattia “dalla mera scoperta, da parte della persona emotrasfusa “di essere ammalata di epatite”, e dalla circostanza che essa “aveva sin d’allora iniziato a curarsi”.

La sentenza impugnata è stata pertanto cassata, con l’enunciazione dei “seguenti principi di diritto:

(a) “in tema di risarcimento del danno alla salute causato da emotrasfusione con sangue infetto, ed ai fini dell’individuazione dell’exordium praescriptionis, una volta dimostrata dalla vittima la data di presentazione della domanda amministrativa di erogazione dell’indennizzo previsto dalla L. n. 210 del 1992, spetta alla controparte dimostrare, anche per mezzo di presunzioni semplici, che già prima di quella data il danneggiato conosceva o poteva conoscere, con l’ordinaria diligenza, sia l’esistenza della malattia, sia la sua riconducibilità causale alla trasfusione;
(b) in tema di prova presuntiva, il fatto noto dal quale è consentito al giudice risalire al fatto ignorato deve consistere in una circostanza obiettivamente certa, e non in una ipotesi o congettura, pena la violazione del divieto di ricorso alle praesumptiones de praesumpto”.

Avv.ti Sabrina Cestari e Alberto Cappellaro

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Indennizzo ex lege 229/2005: la Corte di Appello di Sassari conferma la condanna del Ministero della salute a liquidare, quali arretrati, 192 mila euro oltre interessi

Con sentenza depositata il 9 maggio 2019 e passata in giudicato la Corte di Appello di Sassari, sezione distaccata di quella di Cagliari, ha confermato una pronuncia con la quale il Tribunale di Tempio Pausania, in un caso seguito dai nostri studi, aveva:
– accertato e dichiarato che la base di calcolo dell’indennizzo ex lege 229/05 è costituita dal mensile ex lege 210/92 integralmente rivalutato;
– accertato e dichiarato che l’indennizzo così calcolato deve essere annualmente rivalutato sulla base degli indici ISTAT;
– conseguentemente condannato il Ministero della Salute a corrispondere ai nostri assistiti una somma complessivamente pari a 192.691,17 euro oltre interessi.
La sentenza di primo grado era stata appellata dall’Amministrazione ma, come anticipato, i giudici di appello l’hanno confermata.
I giudici di secondo grado, richiamando alla sentenza n. 30132/2018 della Suprema Corte, hanno evidenziato innanzi tutto che “l’ordinamento prevede un indennizzo per i danni da emotrasfusioni (art. 1, co. 2 L. 210/1992), composto da due quote (assegno, di cui all’art. 2, co.1 L. 210 cit. e indennità integrativa speciale, di cui all’art. 2, co.2), un diverso indennizzo (art. 1, co. 1, L. 210 cit.) per i danni da vaccinazione obbligatoria, composto delle medesime quote (assegno e indennità integrativa speciale) e da un ulteriore componente (art. 1 L. 229/2005) pari fino a sei volte l’indennizzo mensile di cui all’art. 2 L. 210/1992”, rilevando inoltre come:
– l’indennizzo ex lege 210/92, da rivalutarsi integralmente sulla base del tasso di inflazione programmato, “costituisce base di calcolo per l’ulteriore indennizzo (proprio dei soli vaccinati) di cui all’art. 1 L. 229/2005 … Va quindi da sé che l’incremento di una delle componenti della base di calcolo (l’indennità integrativa speciale) naturalmente modifichi l’ammontare dell’indennizzo per i danneggiati” da vaccino “e quindi siano dovute le relative differenze; né ciò determina, come adombrato dalle difese del Ministero, una duplicazione di rivalutazioni, in quanto una cosa è la rivalutazione dell’indennizzo già prevista dall’art. 1, co. 4, L. 229/2005, destinata a porre al riparo l’importo dalla perdita di valore del denaro nel corso del tempo, altra cosa è la rivalutazione della base di calcolo, destinata soltanto ad incrementare la misura iniziale dell’indennizzo stesso”;
– “l’art. 1, co.1, L. 229/2005 prevede che l’indennizzo da esso previsto sia pari a multipli della «somma percepita dal danneggiato ai sensi dell’articolo 2 della legge 25 febbraio 1992, n. 210», ove per “somma percepita” non può che intendersi quella che vi era diritto a percepire, sicché l’interpretazione invalsa, a livello costituzionale e di legittimità, dell’art. 2 L. 210/1992 inevitabilmente incrementa ab origine l’indennizzo ivi previsto e, consequenzialmente, la base di calcolo di quello di cui all’art. 1 L. 229/2005”.
L’appello del Ministero della salute è stato pertanto rigettato perché infondato.

Avv.ti Sabrina Cestari e Alberto Cappellaro

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Indennizzo ex lege 210/1992: importi per il 2020

Gli importi dovuti per l’anno 2020, ottenuti applicando un tasso di rivalutazione pari allo 0,80%, sono i seguenti:

Categoria Bimestrale

Prima 1791,00
Seconda 1763,58
Terza 1736,34
Quarta 1708,99
Quinta 1681,59
Sesta 1654,15
Settima 1626,79
Ottava 1599,36

Avv.ti Sabrina Cestari e Alberto Cappellaro

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