Riduzione delle donazioni: se viene impugnata solo la donazione anteriore ma non quella più recente, la misura della riduzione si determina al netto di quanto il legittimario avrebbe potuto recuperare dal donatario posteriore

Con ordinanza n. 17881/2019, depositata il 3 luglio 2019, la seconda sezione civile della Corte di Cassazione si è occupata di un caso di riduzione delle donazioni, lesive della quota spettante ai legittimari.

La figlia del de cuius aveva chiesto la riduzione di una donazione, effettuata dal padre in favore dell’altro figlio, liberalità del 6 novembre 2001 e riportante il numero di repertorio 44.121.

Il fratello dell’attrice si era costituito in giudizio eccependo che la riduzione domandata era da dichiararsi inammissibile, esisteva infatti una donazione più recente, sempre in suo favore, effettuata dal padre lo stesso giorno, ma riportante un numero di repertorio successivo, ovvero 44.122.

Tesi, rigettata nei precedenti gradi di merito, che il donatario aveva riproposto in sede di legittimità.

La Suprema Corte ha confermato che, a norma dell’art. 559 del codice civile, “le donazioni si riducono cominciando dall’ultima e risalendo via via alle anteriori”, una disposizione la cui ratio è di “evitare indirette violazioni del principio di irrevocabilità delle donazioni: se infatti la legge ammettesse la riduzione proporzionale di liberalità fatte in date diverse, consentirebbe in sostanza al donante di revocare in parte la donazione precedente per mezzo di altra successiva”.

Peraltro, questo principio non comporta l’inammissibilità dell’azione di riduzione promossa contro il donatario della liberalità meno recente. Quest’ultimo rimane comunque tenuto ad integrare la legittima, ma solo “nei limiti in cui risulti dimostrata la insufficienza della donazione più recente a reintegrare la quota di riserva”.

Pertanto, in una fattispecie come quella esaminata dalla Suprema Corte il legittimario “non potrà recuperare, a scapito degli altri, la quota di lesione a carico del beneficiario che egli non abbia potuto o voluto convenire in riduzione” e, quindi, se egli ha “proposto l’azione contro un donatario anteriore, la misura della riduzione si determina comunque al netto di quanto il legittimario avrebbe potuto recuperare dal donatario posteriore”.

L’azione proposta contro il donatario anteriore non è, pertanto, in sé inammissibile, si tratterà invece “di stabilire, in esito al calcolo generale della legittima imposto dall’art. 556 c.c., la misura della lesione eventualmente imputabile a questa in modo da contenere la riduzione nei limiti imposti dalla regola della riduzione cronologica stabilita dall’art. 559 c.c.”.

In altre parole, “le scelte del legittimario non potranno mai pregiudicare i diritti dei terzi, in particolare dei destinatari di altre liberalità disposte dal defunto, la cui riducibilità dipenderà pur sempre dalle regole di calcolo della legittima”.

Questa conclusione rimane ferma anche in un caso, come quello di specie, in cui il donatario di entrambe le liberalità, quella anteriore e quella posteriore, era la medesima persona (il fratello dell’attrice), invero “tale coincidenza soggettiva non basta a escludere l’interesse del donatario a che l’ordine della riduzione fosse osservato ugualmente”.

La pronuncia di appello era stata impugnata in sede di legittimità anche sotto un altro profilo.

Secondo il ricorrente la Corte di Appello aveva erroneamente omesso di qualificare come l’una posteriore all’altra due donazioni stipulate sì lo stesso giorno, ma riportanti un numero di repertorio successivo.

A tal proposito, la Cassazione evidenzia come “se più donazioni sono state stipulate lo stesso giorno con atti distinti, l’art. 559 c.c. rimane applicabile quando i vari atti siano datati con ore diverse. Se manca l’indicazione dell’ora, nessuno dei donatari è in grado di reclamare una priorità del suo titolo, a meno che risulti con certezza che l’uno ha preceduto l’altro (tale certezza non deriva dalla priorità del numero di repertorio)”. Ne consegue che qualora non sia possibile determinare la priorità di uno dei due atti, “si applicherà allora la regola della riduzione proporzionale stabilita dall’art. 558 c.c. Quando più donazioni lesive siano state fatte contemporaneamente, esse debbono essere ridotte in proporzione al loro valore come le disposizioni testamentarie”.

Avv.ti Sabrina Cestari eAlberto Cappellaro

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Indennizzo ex lege 210/1992: la decadenza può decorrere solo da una conoscenza del danno qualificata e avente base documentale

Con ordinanza n. 27874/2019, depositata il 30 ottobre 2019, la Suprema Corte è tornata a pronunciarsi in merito alla decadenza dal diritto all’indennizzo disciplinato dalla legge n. 210/1992.

Nel caso di specie la Corte di Appello aveva concluso per l’avvenuta decadenza della danneggiata dal diritto a domandare l’indennizzo da parte della danneggiata, decadenza che, per altro, i giudici di secondo grado avevano desunto da elementi diversi da quelli che emergevano dalla documentazione in atti, ovvero da dichiarazioni rese dal marito della ricorrente, da affermazioni contenute nell’atto introduttivo e, infine, dalla circostanza che la domanda amministrativa fosse stata presentata prima dell’ottenimento da parte della richiedente della cartella clinica, dalla quale era emersa l’avvenuta sottoposizione della medesima al trattamento trasfusionale.

La Cassazione con l’ordinanza de qua ha ritenuto le suddette argomentazioni in contrasto con la disciplina legislativa vigente. La Suprema Corte ha evidenziato, infatti, come il primo comma dell’art. 3 della L. n. 210 del 1992 stabilisce espressamente che i termini di decadenza da esso previsti “decorrono dal momento in cui, sulla base della documentazione di cui ai commi 2 e 3, l’avente diritto risulti aver avuto conoscenza del danno”. I commi 2 e 3 appena citati dispongono, inoltre, che “alla domanda è allegata la documentazione comprovante: la data della vaccinazione, i dati relativi al vaccino, le manifestazioni cliniche conseguenti alla vaccinazione e l’entità delle lesioni o dell’infermità da cui è derivata la menomazione permanente del soggetto” (comma 2), e che “per le infezioni da Hiv la domanda deve essere corredata da una documentazione comprovante la data di effettuazione della trasfusione o della somministrazione di emoderivati con l’indicazione dei dati relativi all’evento trasfusionale o all’emoderivato, nonché la data dell’avvenuta infezione da HIV”.

La Corte ha poi ribadito cosa debba intendersi per “conoscenza del danno”.

Innanzi tutto occorre tenere “distinta la conoscenza della patologia dalla conoscenza del nesso di causa”, la decadenza può decorrere, infatti, solo dalla “conoscenza della correlazione tra l’epatite e l’intervento terapeutico praticato, da intendersi quale elemento costitutivo del diritto al beneficio indennitario … Ed invero ‘il danno’ alla cui conoscenza la legge ricollega il termine non è la malattia in sé e per sé; ma è l’evento indennizzato dalla legge completo quindi del fattore causale”.

La Cassazione ha osservato ancora come “la predetta conoscenza deve inoltre comprendere la natura irreversibile del danno. Ne consegue che la cronicizzazione della epatopatia post-trasfusionale non configura e costituisce di per sé il requisito esclusivo per accedere ai benefici della legge di sostegno, ma con la malattia post-trasfusionale deve coesistere la documentata consapevolezza, per l’assistito, dell’esistenza di un danno irreversibile”.

La Corte ha evidenziato, ulteriormente, che “ai fini della decorrenza del termine, è decisiva la conoscenza che lo stesso danno irreversibile possa essere inquadrato – pur alla stregua di un mero canone di equivalenza e non già secondo un criterio di rigida corrispondenza tabellare – in una delle infermità classificate in una delle otto categorie di cui alla tabella B annessa al testo unico approvato con D.P.R. 23 dicembre 1978, n. 915, come sostituita dalla tabella 11 allegata al D.P.R. 30 dicembre 1981, n. 834”.

La Cassazione ha affermato, altresì, che “alla conoscenza effettiva è però parificata la ragionevole conoscibilità del danno. La conoscenza si realizza infatti quando il soggetto è in grado, secondo un parametro di ordinaria diligenza, di individuare la causa della patologia cui è affetto e rapportare quindi la propria malattia ad uno degli eventi dannosi previsti dalla L. n. 210”.

I giudici di legittimità hanno statuito, infine, come la predetta conoscenza “deve … avere base documentale”, questo perché “la legge individua … come fonte della conoscenza il supporto documentale specificandone la tipologia. Deve trattarsi di documentazione clinica che comprovi la data della trasfusione, le manifestazioni cliniche, l’entità delle lesioni o dell’infermità da cui è derivata la menomazione permanente del soggetto”.

Invero, “la giurisprudenza di questa Corte non ha mai affermato, … ai fini della decadenza per il beneficio dell’indennizzo previsto dalla L. n. 210 del 1992 (fissata dalla legge dal momento in cui, sulla base della documentazione di cui ai commi 2 e 3 l’avente diritto risulti aver avuto conoscenza del danno), che la domanda amministrativa possa rilevare per confermare in via induttiva una conoscenza del danno ricostruita aliunde in mancanza di documenti”.

Nel caso di specie, peraltro, la documentazione non solo esisteva, ma comprovava come “la conoscenza dell’emotrasfusione sia stata successiva rispetto alla stessa data della domanda amministrativa”. A tal proposito la Corte ha rilevato come la stessa C.M.O., in un momento posteriore alla presentazione della domanda di indennizzo, “restituiva ‘inevaso’ il fascicolo all’ASL, in quanto non vi era la prova documentale ‘dell’effettiva somministrazione dell’unità trasfusionali’, ripromettendosi di riesaminare la pratica quando fosse stata completata l’istruttoria documentale”, ne consegue che la predetta documentazione era “stata consegnata alla stessa ricorrente solo dopo la presentazione della medesima domanda; talché non interessa sapere perché la ricorrente presentò comunque la domanda amministrativa in data precedente”.

La pronuncia di secondo grado è stata, pertanto, cassata con rinvio ad un nuovo collegio, che si pronuncerà attenendosi ai principi sopra esposti.

Ringraziamo per la segnalazione i Colleghi Stefano Bertone e Chiara Ghibaudo del foro di Torino.

Avv.ti Sabrina Cestari e Alberto Cappellaro

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Risarcimento del danno da sangue infetto: oneri probatori che debbono essere assolti affinché l’indennizzo ex lege 210/92 possa essere scomputato Avv.ti Sabrina Cestari e Alberto Cappellaro

Corte di Cassazione ordinanza n. 22528 del 10/09/2019

Con ordinanza n. 22528/2019, depositata il 10 settembre 2019, la Corte di Cassazione ha stabilito a quali condizioni l’indennizzo disciplinato dalla legge 210/1992 possa essere scomputato dal risarcimento del danno nei confronti del Ministero della salute. Secondo quanto si rileva nella parte in fatto della pronuncia qui commentata, i giudici di secondo grado avevano compensato l’indennizzo, nonostante “la questione fosse stata introdotta per la prima volta soltanto nel giudizio d’appello ed il Ministero non avesse affatto sollevato una specifica eccezione né avesse formulato in tal senso corrispondenti conclusioni“. Nella fase di merito, inoltre, “mentre il risarcimento era stato oggetto di quantificazione, l’indennizzo non era stato determinato né era determinabile sulla base degli atti di causa“. Infine, il Ministero della salute aveva prodotto “i documenti attestanti l’avvenuto pagamento dell’indennizzo … soltanto in sede di comparsa conclusionale del giudizio d’appello”, quindi dopo l’udienza di precisazione delle conclusioni. Il danneggiato aveva impugnato la sentenza di secondo grado sotto plurimi profili, alcuni dei quali sono stati accolti dalla Cassazione. La Suprema Corte ha confermato, innanzi tutto, la legittimità dello scomputo dell’indennizzo, questo nonostante l’art. 1 della L. 238/1997 preveda che l’indennizzo ex lege 210/92 “è cumulabile con ogni altro emolumento a qualsiasi titolo percepito”. Secondo la Corte, infatti, nonostante “il diritto al risarcimento del danno conseguente al contagio da virus HBV, HIV o HCV a seguito di emotrasfusioni con sangue infetto abbia natura diversa rispetto all’attribuzione indennitaria regolata dalla L. n. 210 del 1992, tuttavia, nel giudizio risarcitorio promosso contro il Ministero della salute per omessa adozione delle dovute cautele, l’indennizzo eventualmente già corrisposto al danneggiato può essere interamente scomputato dalle somme liquidabili a titolo di risarcimento del danno …, venendo altrimenti la vittima a godere di un ingiustificato arricchimento consistente nel porre a carico di un medesimo soggetto (il Ministero) due diverse attribuzioni patrimoniali in relazione al medesimo fatto lesivo“.

Dal principio citato emerge con chiarezza, peraltro, che lo scomputo non è automatico. L’indennizzo “può” essere scomputato, sottolinea la Corte, e solo nella misura in cui vi sia la prova che sia stato “corrisposto” al danneggiato. La Cassazione ha confermato, quindi, che l’eccezione di compensazione è una “eccezione in senso lato“, come tale proponibile “anche in grado d’appello e, addirittura, rilevabile d’ufficio“, ma solo “in presenza di materiale probatorio che lo consenta“. Esistono pertanto degli oneri probatori che debbono essere assolti affinché l’indennizzo possa essere concretamente scomputato. Invero, “fermo restando quanto sopra argomentato in relazione alla natura dell’eccezione di compensazione, resta intatto il principio che è onere di chi la invoca dimostrarne il fondamento, ed in caso di insufficienza di prova, le conseguenze ricadranno sulla parte onerata che resterà tenuta al risarcimento integrale“, prova che l’Amministrazione deve fornire nel rispetto non solo delle regole processuali, ma anche e soprattutto del principio del contraddittorio. Ne consegue che nel giudizio di appello, così come del resto in quello avanti al Tribunale, “le prove documentali possono essere introdotte, salva la valutazione delle preclusioni, fino a quando la trattazione orale della causa non sia stata chiusa, con la conseguenza che la produzione attuata solo al momento del deposito della comparsa conclusionale si rivela tardiva e, quindi, inammissibile“. Pertanto, nel caso di specie, la Corte territoriale non poteva tenere conto del documento depositato dal Ministero in allegato alla comparsa conclusionale del giudizio d’appello. Non avendo l’Amministrazione ottemperato ai propri oneri probatori, i giudici di secondo grado non avrebbero, quindi, dovuto scomputare l’indennizzo, invero la prova della sua percezione non era stata fornita dal Ministero. Non solo.

La Cassazione ha osservato che la mancata produzione, da parte del Ministero della salute, dei documenti necessari a comprovare le somme liquidate al danneggiato ex lege 210/1992 “non potrebbe essere colmata con il giudizio di rinvio che prevede “un’istruzione chiusa” e che, pertanto, non consentirebbe l’introduzione di elementi di fatto nuovi e diversi da quelli già prospettati nei precedenti gradi del giudizio“. La sentenza impugnata è stata pertanto cassata “sulla base dei seguenti principi di diritto: – “le prove documentali possono essere introdotte, salva la valutazione delle preclusioni alla luce di quanto disposto dall’art. 345 c.p.c., fino a quando la trattazione orale della causa non sia stata chiusa, con la conseguenza che la produzione attuata solo al momento del deposito della comparsa conclusionale si rivela tardiva e, quindi, inammissibile“; – “la compensatio lucri cum damno” tra l’indennizzo corrisposto al danneggiato, ai sensi della L. 25 febbraio 1992, n. 210, art. 1 e il risarcimento richiesto al Ministero della Sanità per l’omessa adozione di adeguate misure di emovigilanza, integra un’eccezione in senso lato, rilevabile d’ufficio e proponibile per la prima volta anche in appello: tuttavia, resta intatto il principio che è onere di chi la invoca dimostrarne il fondamento ed, in caso di insufficienza di prova, le conseguenze ricadranno sulla parte onerata che resterà tenuta al risarcimento integrale“. – “l’inammissibilità della documentazione prodotta tardivamente a sostegno dell’eccezione non può essere colmata in un giudizio di rinvio che prevede “un’istruzione chiusa” e che, pertanto, non consente l’introduzione di elementi di fatto nuovi e diversi da quelli già prospettati nei precedenti gradi del giudizio”.

Avv.ti Sabrina Cestari e Alberto Cappellaro

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Risarcimento: Ministero responsabile per una trasfusione del 1965

Con ordinanza n. 24163/2019, depositata il 27 settembre 2019, la Suprema Corte ha cassato una pronuncia di appello che aveva escluso la responsabilità del Ministero della salute per una trasfusione avvenuta nel 1965.
Secondo il giudice di secondo grado l’Amministrazione non poteva rispondere del contagio in quanto negli anni ’60 le conoscenze scientifiche “non erano di tale univocità da integrare una prova sufficiente della responsabilità dello stesso rispetto alle emotrasfusioni”.

La Corte di legittimità non ha condiviso questa conclusione.

Invero, il Ministero della salute, in base ad una pluralità di fonti normative, è “tenuto ad esercitare un’attività di controllo e di vigilanza in ordine (anche) alla pratica terapeutica della trasfusione del sangue e dell’uso degli emoderivati, e risponde ex art. 2043 c.c., per omessa vigilanza, dei danni conseguenti ad epatite e ad infezione da HIV contratte da soggetti emotrasfusi”.

La Corte ha osservato altresì che la prima di queste fonti risale “addirittura al 1958, atteso che già la L. n. 296 del 1958, art. 1 attribuisce al Ministero il compito di provvedere alla tutela della salute pubblica, di sovrintendere ai servizi sanitari svolti dalle amministrazioni autonome dello Stato e dagli enti pubblici, provvedendo anche al relativo coordinamento, nonché ad emanare, per la tutela della salute pubblica, istruzioni obbligatorie per tutte le amministrazioni pubbliche che provvedono a servizi sanitari”.

Sul punto, la Corte ha ribadito quanto già evidenziato in numerosi altri suoi precedenti, ovvero che il quadro normativo sopra citato impone al Ministero di tenere “un comportamento attivo di vigilanza, sicurezza ed attivo controllo in ordine all’effettiva attuazione da parte delle strutture sanitarie addette al servizio di emotrasfusione di quanto ad esse prescritto al fine di prevenire ed impedire la trasmissione di malattie mediante il sangue infetto … non potendo invero considerarsi esaustiva delle incombenze alla medesima in materia attribuite la quand’anche assolta mera attività di normazione (emanazione di decreti, circolari, ecc.)”.

In conclusione, poiché “la colpa della P. A. rimane integrata anche in ragione della violazione dei dovuti comportamenti di vigilanza e controllo imposti dalle fonti normative più sopra richiamate”, qualora nel caso concreto si concretizzi il rischio che la norma violata intendeva prevenire, e quindi si verifichi il contagio da sangue infetto, la responsabilità dell’Amministrazione può ritenersi presuntivamente provata, sarà pertanto quest’ultima a dover allegare le ragioni per le quali, invece, tale responsabilità non ricorra.

La Suprema Corte ha evidenziato inoltre che “dallo stesso quadro normativo in base al quale risultano attribuiti a Ministero poteri di vigilanza e controllo in materia, si evince come fosse già ben noto sin dalla fine degli anni ‘60 – inizi anni ‘70 il rischio di trasmissione di epatite virale” mediante il sangue infetto.

All’epoca, infatti, era possibile “la rilevazione (indiretta) dei virus … mediante la determinazione delle transaminasi ALT ed il metodo dell’anti-HbcAg”, inoltre “sin dalla metà degli anni ‘60 erano … esclusi dalla possibilità di donare il sangue coloro i cui valori delle transaminasi e delle GPT indicatori della funzionalità epatica – fossero alterati rispetto” a determinati parametri.

La Cassazione ha ribadito, infine, come “nello specificare che il Ministero della salute risponde “anche per il contagio degli altri due virus” già “a partire dalla data di conoscenza dell’epatite B”, trattandosi non già di “eventi autonomi e diversi” ma solamente di “forme di manifestazioni patogene dello stesso evento lesivo dell’integrità fisica da virus veicolati dal sangue infetto”, le Sezioni Unite”, nella sentenza n. 581/2008, “non hanno certamente inteso limitare la rilevanza del fenomeno e la relativa responsabilità alla “data di conoscenza dell’epatite B” … le Sezioni Unite del 2008 hanno per converso sottolineato come si tratti di un “rischio che è antico quanto la necessità delle trasfusioni” …, legittimando la conclusione poi ripetutamente ribadita da questa Corte che il Ministero della salute non può non ritenersi tenuto”, anche anteriormente al 1978,a controllare che il sangue utilizzato per le trasfusioni o per gli emoderivati fosse esente da virus e che i donatori non presentassero alterazione delle transaminasi … Né al risultato di delimitazione temporale della responsabilità del Ministero può invero altrimenti pervenirsi … argomentando … dalla verifica se al momento della effettuazione della emotrasfusione individuata come causa della malattia il virus dell’epatite C fosse già conosciuto e qualificato come tale … dall’Organizzazione Mondiale della Sanità”, dovendo altrimenti escludersi la responsabilità dell’Amministrazione.

La Corte ha pertanto cassato la pronuncia impugnata, enunciando il seguente principio di diritto: “In caso di patologie conseguenti ad infezione da virus HBV, HIV e HCV, contratte a seguito di emotrasfusioni o di somministrazione di emoderivati, sussiste la responsabilità del Ministero della salute anche per le trasfusioni eseguite in epoca anteriore alla conoscenza scientifica di tali virus e all’apprestamento dei relativi test identificativi (risalenti, rispettivamente, agli anni 1978, 1985, 1988), atteso che già dalla fine degli anni ‘60 era noto il rischio di trasmissione di epatite virale ed era possibile la rilevazione (indiretta) dei virus, che della stessa costituiscono evoluzione o mutazione, mediante gli indicatori della funzionalità epatica, gravando pertanto sul Ministero della salute, in adempimento degli obblighi specifici di vigilanza e controllo posti da una pluralità di fonti normative speciali risalenti già all’anno 1958, l’obbligo di controllare che il sangue utilizzato per le trasfusioni e gli emoderivati fosse esente da virus e che i donatori non presentassero alterazione della transaminasi”.

Sabrina Cestari e Alberto Cappellaro

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Accettazione tacita dell’eredità: disciplina e giurisprudenza di legittimità

L’articolo 474 del codice civile dispone che l’accettazione dell’eredità “può essere espressa o tacita”.
L’articolo 475 c.c. precisa che “l’accettazione è espressa quando, in un atto pubblico o in una scrittura privata, il chiamato all’eredità ha dichiarato di accettarla oppure ha assunto il titolo di erede”.
Secondo l’articolo 476 c.c. l’accettazione è invece tacita “quando il chiamato all’eredità compie un atto che presuppone necessariamente la sua volontà di accettare e che non avrebbe il diritto di fare se non nella qualità di erede”.
Con sentenza n. 4843/2019 la Suprema Corte chiarisce quando, secondo la dottrina e la giurisprudenza, possa configurarsi una accettazione tacita dell’eredità.
A tal fine occorre, innanzi tutto, la “consapevolezza, da parte del chiamato, dell’esistenza di una delazione in suo favore”. Il chiamato, inoltre, deve assumere “un comportamento inequivoco, in cui si possa riscontrare sia l’elemento intenzionale di carattere soggettivo (c.d. animus), sia l’elemento oggettivo attinente all’atto, tale che solo chi si trovi nella qualità di erede avrebbe il diritto di compiere”.
Con la pronuncia sopra citata la Cassazione evidenzia, altresì, come, “ai fini della accettazione tacita dell’eredità sono privi di rilevanza” tutti quegli atti che costituiscono “adempimenti di prevalente contenuto fiscale, caratterizzati da scopi conservativi” e, come tali, inidonei “ad esprimere, in modo certo, l’intenzione univoca di assunzione della qualità di erede”.
Esempi di tali atti sono “la denuncia di successione, il pagamento delle relative imposte, la richiesta di registrazione del testamento e la sua trascrizione” (così Cass. 4843/2019, cit.).
L’acquisizione della qualità di erede è l’effetto, invece, del compimento “di un’attività … incompatibile con la volontà di rinunciarvi, ovvero di un comportamento tale da presupporre la volontà di accettare l’eredità secondo una valutazione obiettiva condotta alla stregua del comune modo di agire di una persona normale” (Cass. 14499/2018).
Così ad esempio costituisce principio pacifico nella giurisprudenza di legittimità che la predetta volontà “può reputarsi implicita nell’esperimento, da parte del chiamato, di azioni giudiziarie, che essendo intese alla rivendica o alla difesa della proprietà o ai danni per la mancata disponibilità di beni ereditari – non rientrino negli atti conservativi e di gestione dei beni ereditari consentiti dall’art. 460 c.c., ma travalichino il semplice mantenimento dello stato di fatto quale esistente al momento dell’apertura della successione, e che, quindi, il chiamato non avrebbe diritto di proporre se non presupponendo di voler far propri i diritti successori” (Cass. 6907/2019).
A tal proposito Cass. 4843/2019 indica, esemplificativamente, le azioni di rivendicazione, riduzione, risoluzione o di rescissione di un contratto concluso dal de cuius, di divisione ereditaria e la riassunzione di un giudizio già intrapreso dal proprio dante causa o la rinuncia agli effetti di una pronuncia ottenuta da quest’ultimo.
Si possono altresì ricordare, sempre senza pretesa di completezza:
– l’azione diretta ad accertare la nullità di determinati atti di disposizione del de cuius al fine di sottoporre i relativi beni a collazione (Cass. 6907/19, cit.);
– la ricezione, da parte del chiamato all’eredità, del pagamento dell’indennità per il passaggio coattivo su un fondo servente del de cuius, giudizialmente determinata in una controversia della quale sia stato parte lo stesso chiamato, trattandosi di comportamento che incrementa, e non soltanto conserva, il patrimonio ereditario (Cass. 14499/2018, cit.);
– l’azione, proposta dagli eredi, per conseguire l’equa riparazione per l’eccessiva lunghezza di un giudizio promosso dal loro dante causa (Cass. 868/2017);
– il ricorso alla Commissione Tributaria contro l’avviso di accertamento del maggior valore dell’imposta di successione versata dal chiamato, inclusa l’eventuale successiva stipulazione di un concordato per la definizione della controversia (Cass. 22017/2016).
La qualità di erede, peraltro, si può acquisire anche a seguito del compimento, o del mancato compimento, di atti giuridici, nonché della stipulazione di negozi aventi ad oggetto beni ereditari.
Una prima ipotesi che rientra in tali ultime categorie è costituita dal possesso dei beni ereditari, cui sia seguita la mancata redazione dell’inventario e/o la mancata rinuncia all’eredità nei termini previsti dalla legge.
Questa fattispecie è disciplinata dall’articolo 485 c.c..
Secondo il primo comma della norma citata “il chiamato all’eredità, quando a qualsiasi titolo è nel possesso di beni ereditari, deve fare l’inventario entro tre mesi dal giorno dell’apertura della successione o della notizia della devoluta eredità”.
Il successivo comma prevede invece che “trascorso tale termine senza che l’inventario sia stato compiuto, il chiamato all’eredità è considerato erede puro e semplice”.
Il terzo comma della disposizione qui esaminata aggiunge che, compiuto l’inventario, il chiamato che non abbia ancora accettato con beneficio “ha un termine di quaranta giorni da quello del compimento dell’inventario … per deliberare se accetta o rinunzia all’eredità. Trascorso questo termine senza che abbia deliberato, è considerato puro e semplice”.
Per quanto concerne questa fattispecie, Cass. 4456/2019 evidenzia come “questa Corte spiega da tempo che il possesso dei beni ereditari previsto dall’art. 485 c.c. … non deve necessariamente riferirsi all’intera eredità, essendo sufficiente il possesso di un solo bene … né deve manifestarsi in una attività corrispondente all’esercizio della proprietà dei beni ereditari, esaurendosi in una mera relazione materiale tra i beni ed il chiamato all’eredità, e cioè in una situazione di fatto che consenta l’esercizio di concreti poteri su beni, sia pure per mezzo di terzi detentori, con la consapevolezza della loro appartenenza al compendio ereditario”.
Ulteriormente, Cass. 15530/2017 chiarisce come il bene oggetto del possesso debba avere “un qualche rilievo economico”; inoltre, che “il possesso può essere conseguito anche successivamente all’apertura della successione”; è altresì irrilevante “un eventuale rilascio del possesso”; infine, “è sufficiente che il chiamato abbia posseduto il bene anche per un solo giorno”.
Conseguentemente, attribuisce la qualità di erede l’aver “condiviso l’abitazione della famiglia con gli altri chiamati … per un tempo limitato”, anche se unicamente “in occasione di festività e ferie“, così come l’aver posseduto, parimenti per un tempo limitato, il “letto e … alcuni effetti personali del de cuius” (Cass. 4456/2019, cit.).
Ulteriormente, “deve reputarsi costituire esercizio del possesso … il solo ritiro dell’autovettura appartenente al de cuius dall’autolavaggio ove si trovava al momento della morte e la sua successiva collocazione in sosta, trattandosi comunque di condotta che assicura alla parte la conservazione dei suddetti poteri di amministrazione e disposizione … a nulla rilevando la circostanza che poi l’autovettura sia stata lasciata incustodita in luogo pubblico, posto che tale condotta, oltre a non rivelarsi inidonea a dismettere il possesso nel senso sopra indicato, farebbe in ogni caso seguito ad una presa di possesso, che rende irrilevante … il successivo abbandono del bene” (Cass. 15530/2017, cit.).
La legge prevede due ipotesi di accettazione tacita dell’eredità anche qualora il chiamato non sia in possesso di alcun bene ereditario.
La prima è disciplinata dall’art. 487, commi 1 e 2, del c.c., a norma del quale il chiamato non in possesso dei beni è considerato erede puro e semplice qualora dichiari di voler accettare con beneficio di inventario ma non compia l’inventario entro i successivi tre mesi.
La seconda è disciplinata invece dall’art. 488 c.c., che statuisce che il chiamato non in possesso dei beni viene considerato erede puro e semplice quando non compie l’inventario entro il termine assegnatogli dal giudice, ai sensi dell’art. 481 c.c., per accettare l’eredità.
Secondo la giurisprudenza costituisce inoltre accettazione tacita dell’eredità il pagamento, da parte del chiamato, dei debiti lasciati dal de cuius, a condizione però che “sia fornita la prova che il pagamento sia stato effettuato con danaro prelevato dall’asse ereditario, mentre nel caso in cui il chiamato adempia … con denaro proprio, … non può ritenersi per ciò stesso che abbia accettato l’eredità” (Cass. 4320/2018).
La pronuncia da ultimo citata evidenzia, altresì, che qualora il conto corrente da cui vengono prelevate le somme fosse intestato non solo al de cuius ma anche al chiamato, è indispensabile accertare chi avesse versato i fondi utilizzati per il pagamento di cui di discute: il chiamato, contitolare del conto, potrebbe infatti aver prelevato tali somme “anche quale mero cointestatario” del conto, come tale “titolare di poteri disgiunti verso la banca del tutto avulsi rispetto al contesto dell’apertura della successione”.
Ulteriormente, Cass. 8980/2017 evidenzia come sia pacifico, nella giurisprudenza di legittimità, che “la voltura catastale, a differenza di atti aventi rilievo meramente fiscale, … costituisce atto di accettazione tacita dell’eredità”. Peraltro, “gli effetti della voltura … si producono solo in favore di chi vi provveda”, essendo invece necessario riscontrare, per gli altri eredi, “se vi fosse stata o meno la spendita del nome in occasione della presentazione della denuncia di variazione catastale”, ovvero se il denunciante “avesse agito quale loro mandatario”.
E’ altresì “astrattamente idoneo ad integrare una delle possibili forme di accettazione tacita dell’eredità” il “conferimento della procura a vendere beni ereditari, in quanto atto di contenuto gestorio” (Cass. 20699/2017).
Sempre in via esemplificativa, autorevole dottrina (CAPOZZI, Successioni e donazioni, IV ed., Milano, 2015, 243) aggiunge, alle ipotesi già enunciate, “la proposta di contratto fatta al terzo ed avente ad oggetto beni ereditari, il conferimento di un mandato a compiere tutti gli atti relativi all’amministrazione di tutti i beni ereditari, il protesto di effetti cambiari rilasciati al defunto da terzi, l’accettazione di somme di pertinenza ereditaria, … la concessione di ipoteca su beni ereditari, … la riscossione di un assegno rilasciato al de cuius in pagamento del suo credito, la riscossione dei canoni di locazione di un bene ereditario”.
Occorre evidenziare, infine, ulteriori ipotesi nelle quali la legge individua “atti dai quali deriva, implicitamente, l’acquisto dell’eredità” (CAPOZZI, op. cit., 240 e ss.).
Innanzi tutto l’art. 477 c.c. attribuisce tale effetto a “la donazione, la vendita o la cessione”, da parte del chiamato all’eredità, dei propri diritti di successione “a un estraneo o a tutti gli altri chiamati all’eredità o ad alcuno di questi”.
Come osserva correttamente l’autore sopra citato, il concetto di cessione comprende “ogni genere di negozio dispositivo” diverso dalla donazione e dalla vendita (CAPOZZI, op. cit., 241).
L’art. 478 c.c., inoltre, prevede che la rinuncia ai diritti di successione comporta accettazione dell’eredità “qualora sia fatta verso corrispettivo o a favore di alcuni soltanto dei chiamati”.
Invero, “la rinuncia verso corrispettivo altro non è se non l’alienazione dei diritti ereditari precedentemente acquisiti, il che non può non implicare la preventiva accettazione da parte dell’alienante … Con riguardo, poi, alla rinuncia fatta in favore soltanto di alcuni dei chiamati, essa finisce con il tradursi nella sostanza in una vendita o in una donazione, a seconda che sia stata posta in essere a titolo oneroso oppure gratuito o liberale” (così CAPOZZI, op. cit., 241).

Sabrina Cestari e Alberto Cappellaro

Questo articolo è pubblicato sui seguenti siti:

www.laprevidenza.it

www.milanofinanza.it

 

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